Giornata delle mine antiuomo
Arrivai in Afghanistan nel 1990, fisioterapista nell’ospedale di guerra della Croce Rossa di Ginevra. Ecco quanto annotai.
Kabul, 31 agosto 1990.
Entro nell’ospedale per feriti di guerra attraverso la corsia E. La luce è fioca, impiego un momento a distinguere le sei lunghe file di letti. C’è odore di disinfettante, sento qualcuno lamentarsi. Tutti uomini, per lo più giovani. Mi chiedo quale sia la causa del ricovero. L’infermiere che mi guida, Jan, svedese, cranio sguarnito e codino alla nuca, mi legge nel pensiero: “quasi tutti vittime di mine,” dice indicando un punto del letto. Il mancato rialzo delle coperte all’altezza dei piedi conferma. Qualcuno dei ricoverati saluta con un cenno del capo, uno mi offre una mela. Mi auguro di uscire presto dalla corsia perché ho un inizio di capogiro. Invece Jan mi porta in quella dei bambini. E lì sto male.
Le mine antiuomo sono una mostruosità, un crimine.
Una meravigliosa campagna mondiale portò nel 1997 alla Convenzione di Ottawa che vieta l’uso, la produzione, l’acquisizione, lo stoccaggio e il trasferimento di mine antiuomo, obbligando alla loro distruzione, alla bonifica delle aree minate e all’assistenza alle vittime. Entrò in vigore nel 1999, ratificata da 164 Stati. Tra gli oltre 30 assenti, potenze come Cina, Russia, Stati Uniti, Corea del Nord, Corea del Sud, India, Pakistan, Iran. Gridammo comunque al miracolo, sicuri che col tempo avrebbero aderito. Così non è avvenuto, anzi, recentemente Polonia, Finlandia, Lettonia, Lituania ed Estonia hanno annunciato l’intenzione di ritirarsi dalla Convenzione per ragioni di sicurezza. Poiché i paesi loro rivali ne fanno uso, dicono, si sentono autorizzati a usarle pure loro. Come se la condanna o assoluzione di un crimine dipendesse dalla reciprocità. Oggi almeno 58 Paesi nel mondo -parecchi non più in guerra da tempo- sono costretti a fronteggiare la presenza di mine. Già, perché se è facile piazzarle, rimuoverle lo è mille volte di meno. Intere comunità restano per decenni sotto la minaccia di esplosioni, larghe zone, a rischio, vengono abbandonate o si impoveriscono.
Sono in contatto con non poche delle persone incontrate nell’ospedale di guerra. Allora bambini o giovani adulti, sono adesso genitori o nonni. NOVE Caring Humans, le aiuta con progetti di reinserimento sociale e sport. Il tempo consola e guarisce, per fortuna, ma se scavi un po’, scopri che il ricordo del dolore, la violenza e l’ingiustizia subite sono incancellabili.
Sogno di correre, improvvisamente una forza mi tira giù. Quando cerco di rimettermi in piedi cado e grido.
Lo racconta Faizal, circa cinquant’anni, amputato da quaranta. È lo stesso che mi disse che gli occorsero anni per trovare una sposa. Disabile, era considerato un partito da scartare.
Ad ogni no una pena tremenda.
Per una ragazza ancora peggio. Doppiamente discriminata, come donna e come persona con disabilità. E sono tante, saltate in aria andando a fare legna o ad attingere acqua.
Una nuova campagna per ribadire l’assoluta necessità della Convenzione di Ottawa andrebbe iniziata.
Non scordiamo che dal 1999 le vittime accertate sono state circa 170’000, l’80% civili. Impossibile stimare il numero di quelle non accertate.

