Giornata della Tubercolosi | Alberto Cairo racconta la storia della Piccola Roya
Se in occidente, grazie a politiche sanitarie attente, la tubercolosi è ormai poco diffusa, nei paesi in difficoltà economiche e sociali, o afflitti da guerra e instabilità fa ancora molte vittime. L’Afghanistan è uno di questi. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità 50’000 casi vengono diagnosticati e curati ogni anno. I decessi per la malattia sono oltre 10’000. Si stima che il numero dei casi non diagnosticati sia molto alto.
La tubercolosi più comune è quella polmonare. Le donne sono le più colpite, trascorrendo molto tempo in abitazioni poco ventilati e affollate, non mangiando a sufficienza e incontrando difficoltà a raggiungere cliniche e ospedali se non accompagnate da un maschio della famiglia. Non pochi accusano il burqa di favorire la trasmissione della malattia quando usato da più persone -succede nelle famiglie più povere dove non tutti membri femminili ne hanno uno.
Negli anni trascorsi nei centri di riabilitazione fisica delle persone disabili del Paese, la forma di tubercolosi maggiormente incontrata è stata però un’altra, quella che colpisce le vertebre, il morbo di Pott (il bacillo provoca la distruzione delle vertebre e dei dischi intervertebrali, causando dolore, deformità e possibile paralisi per compressione nervosa). Affetti erano per lo più bambini o adolescenti talora già con un gibbo evidente. Una pena vederli soffrire al più piccolo movimento. In collaborazione con i centri antitubercolari (pochi allora) si interveniva con medicine e con corsetti per sostenere la colonna e alleviare il dolore. Se presi in tempo, i risultati erano buoni, il ricovero completo. Purtroppo non succedeva sempre.
Ricordo una storia che ancora adesso mi tormenta. Successe a Faizabad, nella provincia del Badakhshan, a nord, quella che confina con il Tajikistan e la Cina, protagonista Royà, una bambina di 6 o 7 anni malata appunto di tubercolosi ossea. L’inverno stava arrivando, era vestita leggera, le demmo un cappottino rosso. Ce la portò, dopo giorni di cammino, il padre, un uomo dagli occhi chiari, giovane e con l’aria stanca. A Faizabad un dispensario TB esisteva, spesso la gente delle montagne ci arrivava troppo tardi. Per Royà c’era tempo ancora. Soffriva, ma un corsetto per prevenire il gibbo e la terapia medica avrebbero agito. Padre e figlia erano stati ammessi nel dormitorio del centro di riabilitazione, il trattamento immediatamente cominciato. Ma, a sorpresa, una mattina l’uomo chiese che Royà fosse dimessa. Subito. “Il corsetto non è pronto,” obiettammo. No, doveva andare via immediatamente: il cielo si era rannuvolato, spiegò, la neve in arrivo avrebbe bloccato fino a primavera il sentiero per tornare al villaggio. “La tubercolosi non è un raffreddore. Morirà”, gli dicemmo senza mezzi termini. “A casa ho altri figli piccoli. Moriranno se non vado. Torneremo in primavera”, promise. Gli demmo medicine per diversi mesi, contro ogni regola, raccomandammo di nutrirla. Nel suo sguardo lessi lo strazio di dover scegliere quale tra i figli far sopravvivere.
Per anni, ad ogni viaggio a Faizabad, ho chiesto se Royà fosse tornata. Sorvolando le montagne del Badakhshan ancora oggi mi domando quale dei minuscoli villaggi spersi per la provincia fosse stato il suo.
Occorre prevenire, occorrono campagne di sensibilizzazione e controllo, cliniche mobili che raggiungano le tante Royà che vivono in località remote. E mai abbassare la guardia, neppure nei paesi dove i casi rilevati sono diminuiti.
Foto di Stefano Rosselli.