31Dic

Il lavoro di psicologa come missione. Storia di Maryam.

Sono Maryam Majidi, una donna afghana e una psicologa.
Questo non vuole essere un testo celebrativo, ma un racconto semplice, onesto e privo di abbellimenti del mio percorso professionale e di ciò che significa per me essere psicologa.
Sono nata nel 2000 in Iran e la mia famiglia è tornata in Afghanistan quando avevo quattro anni. Sono l’unica figlia della mia famiglia e ho tre fratelli, con cui ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza a Kabul, una città in cui la bellezza convive quotidianamente con sfide e limitazioni. Fin da bambina mi sono stati trasmessi valori come l’istruzione, la gentilezza e l’aiuto al prossimo, valori che hanno profondamente orientato la mia vita e la mia scelta professionale. Sono sempre stata interessata ai motivi per cui le persone soffrono, al perché alcune sopportino dolori enormi in silenzio e a come un orecchio attento o una semplice parola possano portare un sollievo inatteso. Per questo ho scelto la psicologia: non solo per acquisire competenze, ma per contribuire, anche in minima parte, al benessere degli altri. Desideravo essere una presenza sicura per donne, ragazze e bambini, una presenza con cui potessero condividere il loro dolore senza paura o giudizio.
Mi sono laureata in psicologia nel 2021, proprio l’anno in cui per le ragazze l’accesso all’istruzione è stato drasticamente limitato. Mentre molte persone perdevano la speranza, io ho deciso di continuare il mio percorso e di cogliere ogni occasione per aiutare.
Per me la psicologia non è solo una professione: è una missione. Consiste nel rispettare ogni essere umano, indipendentemente dal genere, dallo status sociale o dalla condizione psicologica, nel credere nella capacità di trasformazione di ciascuno e nel creare spazi sicuri e privi di giudizio per chi decide di affidarsi a me. Nel corso degli anni ho maturato esperienze diverse che hanno rafforzato la mia dedizione: ho lavorato con bambini con bisogni speciali, con donne e ragazze vulnerabili, vittime di traumi.
Dal 2024 collaboro con NOVE, concentrandomi sul supporto psicologico a due gruppi estremamente vulnerabili: bambini in orfanotrofio e donne vedove o vittime di traumi. In Afghanistan, entrambi i gruppi soffrono gravi difficoltà economiche e sociali e hanno un accesso molto limitato a forme di supporto psicologico qualificato.
Nell’orfanotrofio Future Hope di Kabul, seguo 35 bambine tra i 6 e i 14 anni. Molte di loro hanno subìto violenza, sono state abbandonate oppure hanno perso i genitori. La vita in un ambiente residenziale limitato, la mancanza di risorse educative e la separazione dagli affetti aggravano stress e ansia. Con loro utilizzo metodi espressivi come arte, musica e narrazione terapeutica per migliorare la loro salute mentale, aiutarle a esprimere emozioni, ridurre l’ansia, rafforzare le capacità di gestione delle situazioni difficili e aumentare la fiducia in sé.
Faccio anche formazione per insegnanti e famiglie sui diritti dell’infanzia e sul supporto ai minori traumatizzati.
Attraverso il progetto Dignity, mi dedico al supporto di donne vittime di traumi. Molte sono vedove e capofamiglia, hanno subìto anni di violenza e vivono
in condizioni di estrema precarietà economica e sociale. Hanno pochissime risorse, nessun accesso a cure psicologiche e devono affrontare pressioni culturali e familiari che peggiorano la loro condizione.
Queste donne hanno bisogno di essere ascoltate, comprese e accolte senza giudizio. La terapia individuale e di gruppo, gli esercizi di respirazione e la meditazione aiutano a gestire ansia e depressione, aumentare la resilienza e affrontare meglio la quotidianità e il loro ruolo di madri.
Una delle donne con cui ho lavorato, K., è stata costretta a sposarsi a 14 anni e ha subito per anni la violenza del marito, vivendo in un contesto di povertà estrema.
Il marito, spesso sotto l’effetto di droghe, era aggressivo e violento, la picchiava davanti ai loro figli, terrorizzandoli. K. doveva gestire la casa e prendersi cura dei bambini con risorse spesso insufficienti persino per cibo e vestiti. Le ripetute umiliazioni l’hanno portata a credere di non valere nulla, e che nessuno potesse comprendere la sua sofferenza. L’ansia e la paura erano diventate una presenza quotidiana. K. viveva nel terrore, isolata, temendo sempre il peggio. Era esausta, svuotata, incapace di parlare e certa di non avere nessuno al suo fianco.
All’inizio era riluttante e timorosa all’idea di incontrare una psicologa. Con il tempo, grazie alla terapia individuale e al supporto del gruppo, ha iniziato a esprimere emozioni e paure che per anni aveva tenuto soffocate.
K. si è sentita finalmente ascoltata, ha gradualmente ricostruito la fiducia in sé stessa e ha migliorato il rapporto con i suoi figli.
La sua storia dimostra come l’empatia, l’ascolto e il supporto professionale possano trasformarsi in una luce capace di guidare qualcuno fuori dall’oscurità, verso un nuovo inizio.
In un contesto complesso come quello dell’Afghanistan, il lavoro psicologico non è solo necessario: è vitale.
Il mio percorso non è stato semplice. Come donna afghana, ho incontrato molte restrizioni sociali e familiari. Ma nulla mi ha fatto desistere dalla mia missione. La psicologia mi ha aiutata a crescere: a conoscermi meglio, a essere più paziente, empatica e gentile con me stessa. E, allo stesso tempo, mi ha permesso di essere un punto di riferimento per le persone che accompagno nel loro percorso.
Un sostegno psicologico è il primo passo per tornare a vivere. Insieme possiamo garantire a tante donne e bambine il calore e l’aiuto professionale di cui hanno bisogno per superare le ferite dell’anima.
Sostieni il nostro impegno: la tua donazione fa la differenza tra la solitudine e la guarigione.
Grazie!
Categories: Storie

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