10Mar

Guerra al confine tra Afghanistan e Pakistan: comunità sotto pressione, donne le più colpite

In questo momento la situazione di conflitto che sta attraversando tutto il medio oriente inevitabilmente sconvolge le vite e gli animi di tutti noi. Molti fra i soci e gli amici di NOVE vivono o lavorano in territori colpiti da guerre e crisi umanitarie, tra cui Gaza, la Siria, Kwait e il Libano, dove ogni attimo è ferito da paura, instabilità e difficoltà di accesso ai servizi essenziali.
Fonte: OCHA (United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs), 5 marzo 2026
In Afghanistan, si sta vivendo una doppia guerra, quella in Iran, dove risiedono una moltitudine di parenti e amici della popolazione e dei rifugiati e nel paese, e quella con il Pakistan entrato in un conflitto violento con l’Afghanistan subito prima.
Nelle province orientali, dove continuiamo a lavorare, la situazione bellica è estremamente criticaA partire dal 26 febbraio 2026, gli scontri lungo la linea di confine tra i due Paesi si sono intensificati con bombardamenti, attacchi aerei, attività di droni e combattimenti che hanno coinvolto diverse province aree del Paese. Le ostilità hanno colpito almeno dieci province, tra cui Kabul, Kandahar, Khost, Kunar e Nangarhar, provocando vittime civili, feriti e nuovi continui sfollamenti. Secondo le stime delle organizzazioni umanitarie, oltre 16.000 famiglie sono state costrette a lasciare le proprie case negli ultimi giorni, mentre migliaia di famiglie risultavano già sfollate a seguito del terremoto che, aveva colpito la regione orientale del Paese alla fine di agosto 2025.
Il recente conflitto si inserisce in un quadro già estremamente critico, aggravando una crisi umanitaria che da anni colpisce la popolazione afghana. In diverse aree le infrastrutture civili sono state danneggiate, comprese strutture sanitarie e centri di assistenza umanitaria. Alcuni siti di distribuzione alimentare e servizi nutrizionali sono stati temporaneamente sospesi, mentre parte del personale umanitario è stato evacuato dalle zone più esposte ai combattimenti. Al momento tutti i membri del nostro team sono salvi, ma la situazione resta estremamente incerta. In molte aree non esistono rifugi adeguati e numerose persone sono state evacuate o hanno cercato riparo in luoghi.
Molti dei nostri collaboratori hanno parenti in Iran o in altre aree interessate dalle tensioni regionali e, a causa delle difficoltà di comunicazione e degli spostamenti forzati, non sempre riescono ad avere notizie sulle loro condizioni. Una delle nostre project manager ci ha raccontato con grande angoscia la situazione della propria famiglia.
La nostra famiglia è originaria di Nangarhar. Anche se oggi molti dei nostri parenti vivono a Kabul, nella città di Nangarhar e nelle province del nord, alcuni membri della nostra comunità e della nostra famiglia allargata sono stati feriti e molti altri sono stati costretti ad abbandonare le proprie case.
Pregate per il nostro Paese e per la nostra gente. Tutta la nostra famiglia è profondamente addolorata e preoccupata. Ci sentiamo impotenti perché non possiamo fare molto per garantire la sicurezza dei nostri cari. Alcuni sono già arrivati a Kabul per trovare rifugio, ma altri sono ancora lì, sotto la costante minaccia dei bombardamenti.

 

Nonostante queste difficoltà, il nostro team continua a portare avanti le attività sul campo, cercando di garantire la continuità dei servizi e il supporto alle comunità locali. Come accade sempre nei contesti di conflitto, l’impatto della crisi colpisce in modo particolarmente duro donne e bambine. Le donne che vivono nelle aree interessate dagli scontri segnalano difficoltà crescenti nell’accesso ai beni essenziali, come cibo, riparo e assistenza sanitaria. Uno degli ostacoli più significativi riguarda la mobilità. In Afghanistan molte donne non possono spostarsi senza la presenza di un mahram, un accompagnatore maschile appartenente alla famiglia. Questo limita fortemente la possibilità di raggiungere strutture sanitarie o centri di assistenza, soprattutto nei momenti di emergenza. Le donne sole, vedove o capofamiglia sono in assoluto le più vulnerabili, perché non dispongono di una figura maschile che possa accompagnarle.
In diverse province orientali molte famiglie erano già state sfollate a causa dei terremoti del 2025 e ora si trovano nuovamente costrette a lasciare le proprie case a causa delle ostilità. Questa sovrapposizione di emergenze – disastri naturali, conflitti armati e ritorni forzati dalle aree di confine – sta indebolendo le reti di sostegno e aumentando i rischi per donne, bambini  e comunità. Il lavoro degli operatori umanitari sul campo mai come adesso è fondamentale per sostenere le comunità più esposte nel conflitto.
Categories: Storie

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