LETTERE DA KABUL

La rubrica mensile di Alberto Cairo

Alberto Cairo è arrivato in Afghanistan nel 1990. Per oltre 30 anni, ha lavorato come fisioterapista ed è stato a capo dei Centri per la Riabilitazione della Croce Rossa Internazionale, costruendo protesi e assistendo oltre 240 mila feriti di guerra, mutilati e disabili.

Oggi Alberto è presidente di NOVE Caring Humans e continua il suo impegno per le persone con disabilità. Vive a Kabul ed è uno dei pochi stranieri che hanno ricevuto la cittadinanza afghana.

Migrazioni e rimpatri

4 febbraio 2026
Le migrazioni fanno parte della storia dell’umanità. Gli studiosi dicono che dall’Africa, millenni fa, l’uomo si sparse per il mondo, determinandone lo sviluppo. Siamo dunque tutti figli di migranti, più o meno recenti.
Le ragioni per cui si lascia la propria terra sono tante: ricerca di sicurezza, fuga da combattimenti e disastri, cambiamenti climatici, situazioni politiche, povertà.
Per decenni, moltissimi afghani hanno lasciato l’Afghanistan a causa della guerra e dei cambi di regime. Alcuni per destinazioni lontane, Europa, America, Australia, altri – i più – verso i paesi vicini, Pakistan e Iran in particolare, scegliendo spesso in base all’etnia e alla religione: in Pakistan i pashtun sunniti, in Iran gli hazara sciiti. Lì molti sono rimasti tra mille difficoltà, con lavori malpagati e come persone di seconda classe. Pochi i rientri, i più numerosi nel 2002, caduto il primo regime talebano, quando il mondo si dichiarava pronto a ricostruire l’Afghanistan, con investimenti, ambasciate riaperte, eserciti e uno stuolo di organizzazioni umanitarie. Era commovente vedere l’entusiasmo dei returnees, convinti che per l’Afghanistan fosse la rinascita.
L’illusione durò poco e l’esodo riprese fino al picco del 2021, partiti gli americani. L’aeroporto fu preso d’assalto, lunghe colonne di auto si diressero verso i confini. Oggi, partire resta il sogno di moltissimi afghani, ma è diventato quasi impossibile per le barriere internazionali innalzate ovunque, per i visti negati od ottenibili con procedure impossibili.
Si assiste invece al fenomeno opposto, al flusso verso l’Afghanistan. Dal 2023, dal Pakistan e dall’Iran sono rientrate quasi cinque milioni di persone. Con una novità: a differenza del 2002, si tratta di rientri forzati o fortemente indotti dai programmi di rimpatrio degli stranieri senza regolari visti che, ahimè, colpiscono anche persone residenti nel paese da decenni, ben integrate.
Il fenomeno della lotta agli immigrati è diventato comune a tante nazioni nel mondo, ricche e povere. È certamente vero che le grandi migrazioni possono creare difficoltà allo stato ospite e che una regolamentazione responsabile porterebbe vantaggi a tutti, ma provare avversione verso chiunque non sia del posto e vedere ogni straniero come causa dei problemi interni è sbagliato.
Il ritorno dei cinque milioni di rifugiati ha fatto crescere la popolazione afghana del 12%.  Se anche i due milioni e mezzo che restano in Iran e i quasi due in Pakistan venissero cacciati, si verificherebbe un’ulteriore crescita del 9%.
Hassan Ali è rientrato dall’Iran.
Da giorni si diceva che ci avrebbero mandati via, ma non avendo un posto dove andare, abbiamo aspettato con i fagotti pronti.
È un uomo di 45 anni. Disabile, si muove in carrozzina. Viveva con la moglie, una figlia e una sorella. Non può lavorare. A guadagnare per vivere erano le donne. La figlia studiava e insegnava ai bambini dei vicini di casa, la moglie e la sorella facevano le pulizie presso delle famiglie iraniane.
“I soldati sono arrivati e ci hanno dato poche ore per partire. L’intero quartiere si è svuotato. Al confine siamo rimasti un giorno intero prima di poter entrare in Afghanistan.”
Le statistiche dell’UNHCR, l’agenzia che lavora per i rifugiati, dicono che la grande maggioranza dei returnees si dirige verso le province di origine, il resto nelle grandi città (non si sa però se, nelle province di origine, restino). Hassan Ali nella sua città, Mazar-e-Sharif, lasciata nel 2021 perché ex-soldato del precedente governo, non ha potuto tornare per paura di rappresaglie. Ha scelto Kabul, anonima, sperando nell’aiuto di alcuni cugini. Gli afghani sono solidali tra loro, ma quando si ha già poco per sé, condividere non è facile. Le donne hanno quindi camminato per giorni alla ricerca di una stanza dove vivere, un posto che fosse accessibile a una persona in carrozzina, e per trovare lavoro. Succede spesso che il peso della famiglia ricada completamente sulle donne. L’UNHCR dice che il 30% delle famiglie rimpatriate hanno a capo una donna e che più della metà dei membri sono femmine o bambini. Hassan Ali lo ammette: “Io non posso fare niente, devono pensare a tutto loro.” Si commuove.
Ma il problema non è solo economico o avere un tetto. A Kabul manca l’acqua. L’80% dell’acqua del sottosuolo è contaminata da scarichi vari e dal sale. Occorre fare ore di coda alle fontane o spendere fino a un quarto delle spese giornaliere per acquistarla. Negli ultimi dieci anni il livello della falda acquifera si è abbassato di 20-30 metri e si prevede che nel 2030 Kabul sarà la prima popolosa capitale al mondo a rimanere ‘a secco’. Da decenni il problema esiste, a causa della guerra, della siccità e di una cattiva amministrazione delle risorse idriche. I talebani minimizzano e progettano la costruzione di bacini-riserva dove dirottare l’acqua dei maggiori fiumi. Il che creerà certamente dispute con il Pakistan e l’Iran dove tali fiumi finiscono.
Altra enorme difficoltà affrontata da chi ritorna è il divieto di studio per le ragazzine dopo i dodici anni. La figlia di Hassan Ali frequentava un corso di amministrazione. A Kabul esistono corsi on line, ma costano.  Insegnava alle figlie dei vicini di casa. A Kabul la concorrenza è spietata, le ci vorrà molto tempo per trovare degli allievi.
I recenti tagli ai fondi USAID effettuati dal governo americano hanno portato alla chiusura di cliniche e di utili progetti, lasciando i returnees ancora più soli, mentre occorrerebbero programmi di reinserimento sociale.