Kabul, cinque anni dopo: le donne che non si fermano
Il racconto della fotoreporter Carolina Rapezzi
Diana Hashimi, designer di tappeti e imprenditrice nel settore beauty.
“Salve, lei va a Kabul?” “Sì” “Aspetti qui per favore, dobbiamo avere la conferma dall’immigrazione locale che può entrare in Afghanistan.”
Mi sposto dalla fila degli imbarchi dei bagagli e aspetto. Dopo venti minuti imbarco la valigia, ritiro il biglietto, mangio un panino e mi dirigo al Gate.
Aspetto questo viaggio da un anno. Ho parlato con molte delle donne che incontrerò, ma, durante le nove ore di viaggio tra l’aeroporto di Heathrow e quello di Kabul, non riesco a concentrarmi sul lavoro che mi aspetta. Il pensiero è fisso sul fatto che, atterrando, attraverserò lo stesso cielo dal quale, cinque anni prima, alcune persone sono precipitate nel vuoto nel disperato tentativo di essere evacuate. Si erano aggrappate ai carrelli di uno degli aerei militari C-17 che lasciavano Kabul, mentre i talebani prendevano la città nell’agosto 2021.
La pista sarà la stessa che fu presa d’assalto da centinaia di persone in fuga. E l’aeroporto sarà quello da cui, nelle settimane successive alla caduta di Kabul, partirono le principali operazioni di evacuazione. Il bilancio finale di quelle giornate fu di centinaia di morti e feriti: circa 170 civili afghani e 13 militari statunitensi.
Sfiorate le montagne, l’aereo atterra puntuale alle 7:20.
Sono in Afghanistan.
Indosso l’hijab e ad aspettarmi trovo lo staff di Nove Caring Humans. Per le prossime due settimane incontrerò molte delle donne che beneficiano dei loro progetti. Attraverso le loro storie cercherò di capire cosa significa, per una donna afghana oggi, formarsi, lavorare e provare a costruirsi un futuro.
Passati i controlli e superati i parenti in attesa agli arrivi, alcuni con in mano mazzi di fiori, montiamo in macchina. Dal finestrino della Corolla comincio a osservare le strade di Kabul.
Gli incroci sono intasati di macchine identiche alla nostra. A Kabul una quantità sorprendente di automobili sono Toyota Corolla, tendenzialmente bianche o beige. A guidare sono gli uomini; le donne, spesso con bambini in braccio, siedono sui sedili posteriori. Superiamo vari checkpoint, più o meno affollati, rallentando continuamente tra cantieri e strade aperte a metà.
Michelle Popalzai, fondatrice di La Michelle
“Tutti vedono i cantieri e pensano che ci sia progresso. Il vero progresso è quando le donne possono andare a scuola”.
Me lo dirà qualche giorno dopo Michelle, raccontandomi della sofferenza sua e di quella della sorella. Il ritorno dei talebani nella capitale le ha impedito di usufruire di una borsa di studio: non è potuta partire per la Germania, né ha potuto studiare marketing all’università. Anche per la sorella di tredici anni, che desiderava tanto studiare, non c’è stata alcuna scelta. Studi interrotti, progetti andati persi e nessuna via d’uscita hanno gettato Michelle in mesi di depressione: “Sedere a casa non è come sedere in una classe” spiega, “stavo male, ma volevo comunque trovare qualcosa da fare”.
Cercando un modo per dare senso alle sue giornate, ha iniziato a fare volontariato in un centro di recupero femminile per tossicodipendenti, dove si teneva anche un corso di sartoria. Lì ha capito che la sua passione per il marketing e il suo spirito imprenditoriale erano ancora vivi. Si è offerta di aiutarle a vendere e promuovere i loro prodotti, così da permettere alle donne di guadagnare e coprire le spese essenziali. Aiutarle la faceva stare bene, ma non le bastava. Il sogno di fare impresa si era riacceso.
Con 25.000 afghani, poco più di 300 euro, ha iniziato a comprare stoffe, fili e una macchina da cucire. A un anno dall’arrivo dei Talebani, e nonostante le crescenti restrizioni, ha fondato il suo brand, La Michelle. Pochi mesi fa ha ottenuto una licenza ufficiale dal Ministero dell’Industria e del Commercio. Il lavoro non ha sostituito la scuola o l’università, ma, sicuramente le ha restituito una routine attiva, in cui ha impegni, target che vuole raggiungere e rapporti lavorativi che deve coltivare.
Oggi Michelle ha quattro dipendenti donne e la maggior parte delle sue clienti è all’estero. Le ha trovate soprattutto grazie alla sua rete di contatti, che negli anni si è allargata anche attraverso internet e i social network. Ha imparato a usare l’intelligenza artificiale per creare post e reel, preparare brochure, poster e perfezionare i bozzetti delle sue borse, dei vestiti e degli accessori.
Il suo non è un caso isolato. La Kabul che i Talebani si sono ripresi non è la stessa Kabul che avevano lasciato venticinque anni fa. Si sono ripresi una città in cui è arrivato internet, in cui le persone hanno smartphone e sono connesse a un mondo che, nonostante sembri lontano, non lo è. La tecnologia è diventata uno degli strumenti attraverso cui molte donne, escluse dalla maggior parte degli spazi pubblici, dallo studio e da molti lavori, stanno cercando di ricostruire una propria autonomia economica.
Anche in Afghanistan internet ha cambiato il modo in cui le donne possono fare impresa. Dentro i limiti imposti dalle autorità, molte donne stanno costruendo la propria attività, guadagnando un reddito per sé e per la famiglia e contribuendo, nel loro piccolo, a un’economia in crisi.
Salotti, camere e piccoli cortili sono diventati laboratori di cucito, uffici e piccoli centri di confezionamento. Qui si fotografano i prodotti con lo smartphone, si preparano gli ordini e si organizzano le spedizioni. Spesso si lavora dal toshak, il cuscino o materasso usato per sedersi o dormire, circondate da stoffe, macchine da cucire e parenti che entrano ed escono.
Donne durante un corso di cucito e creazione di gioielli organizzato dall’imprenditrice Sheila Amiri.
Tra un blackout e l’altro, si guardano video e corsi online per imparare un mestiere o migliorare le proprie competenze. Si scaricano applicazioni: attraverso WhatsApp, Instagram, TikTok e YouTube le donne imparano mestieri, si scambiano informazioni, cercano opportunità di lavoro, trovano clienti e si confrontano. A volte nascono collaborazioni. Oppure, in un paese in cui incontrarsi in pubblico è diventato più difficile, semplicemente parlano.
Per alcune, queste piccole attività si trasformano in occasioni per formare altre donne, nei primi ordini e, poco dopo, nelle prime assunzioni, quasi sempre di altre donne.
Padri, fratelli e mariti entrano invece in gioco per quei compiti che le donne, proprio perché donne, non possono svolgere liberamente: spostamenti, consegne e pratiche burocratiche.
Durante il mio viaggio a Kabul ho incontrato molte giovani imprenditrici che, negli ultimi cinque anni, hanno avviato le loro attività. Alcune di loro, lo scorso anno, hanno partecipato al Women Business Prize di Nove Caring Humans, un premio nazionale aperto a donne che gestiscono un’impresa o hanno un’idea imprenditoriale, con un premio in denaro e tre mesi di mentoring: oltre 140 candidature da 11 province e tre imprenditrici, premiate durante una cerimonia a Kabul alla presenza delle autorità. A queste si è aggiunto un premio fuori concorso, dato da Fondazione Avvenire. Alla premiazione è seguito un percorso di formazione e, ancora oggi, alcune delle candidate continuano a essere coinvolte in un nuovo progetto, She Means Business – Peer Learning Circle.
Il progetto consiste in appuntamenti online in cui si parla di problemi, soluzioni, strategie e opportunità. Oltre ai meeting online, è stato creato anche un gruppo WhatsApp, gestito attivamente da NOVE, che partecipa alle conversazioni, risponde alle domande e alimenta il confronto tra le imprenditrici. Me ne hanno parlato meglio Adiba e Shikeba, due di queste imprenditrici.
Adiba nel salotto della sua casa.
Adiba ha avviato un’azienda di pollame nella periferia di Kabul e oggi conta quasi 2.000 polli. Ha scelto un’attività poco comune per una donna in Afghanistan e non sono state molte le persone da cui ha potuto imparare. Ha scoperto tutorial di agricoltori africani dai quali ha imparato come migliorare il mangime e riconoscere alcune malattie dei polli. Dal gruppo, ha trovato nuovi spunti su come possono essere affrontati problemi legati alle materie prime, in particolare per l’acquisto e l’importazione da altri paesi, ora che la situazione con Iran e Pakistan rende il commercio più complesso.
Shikeba, invece, ha fatto dell’online il suo business. Grazie al Peer Learning Circle ha ricevuto maggiori informazioni sulla procedura per ottenere una licenza commerciale, che ancora non è riuscita a ottenere, ma che le servirebbe per dare maggiore riconoscimento ai suoi corsi online di IT e AI. Attraverso questi corsi è riuscita a coinvolgere più di 200 ragazze e ragazzi in tutto il paese. Alcuni hanno già iniziato a lavorare come freelance, riuscendo così a guadagnare qualcosa.
Shikeba durante uno dei suoi corsi online.
Quello che ascolto e vedo a Kabul però non riflette tutto l’Afghanistan. Nelle città più piccole e remote la possibilità di avere un piccolo capitale da cui partire non è scontato. A Kabul alcune delle ragazze mi raccontano di aver messo insieme i primi soldi vendendo un braccialetto d’oro, una collana o un gioiello ricevuto in regalo. Non sono grandi somme, ma possono bastare per comprare una macchina da cucire, delle stoffe, uno smartphone nuovo o un portatile usato con il quale lavorare.
Fuori dalla capitale, invece, iniziare può voler dire aspettare anni o, forse, non farlo mai. Qui i piccoli finanziamenti, formazione e strumenti possono fare la differenza e permettere ad alcune donne di trasformare un’idea in una prima attività. Lo hanno fatto Nasrin Mawlany a Mazar-i-Sharif e Marzeiah Arifee a Daikundi, due delle vincitrici del Women Business Prize 2025.
Le difficoltà in Afghanistan sono molte, imprevedibili e cambiano da regione a regione. Ogni giorno può esserci qualcosa da risolvere. Una tassa in più. Un nuovo checkpoint che allunga il tragitto e fa perdere un appuntamento. Un blackout che fa saltare un ordine online o interrompe un corso di formazione. Un generatore che si rompe, un pannello solare che non funziona più. Anche un terremoto può fermare un’attività: quello dello scorso agosto ha danneggiato il laboratorio ricavato in una stanza della casa di Nasrin a Mazar-i-Sharif, costringendola a interrompere per giorni il lavoro di cucito e confezionamento dei suoi prodotti – assorbenti riciclabili. Poi ci sono le alluvioni, che rendono difficili gli spostamenti, e le tensioni con il Pakistan lungo la linea Durand, che rallentano, se non interrompono, gli scambi commerciali.
La complessità dell’Afghanistan arriva poco nelle notizie, che ormai si occupano del paese sempre più raramente. L’emergenza fa notizia, il resto finisce nel “sì, ma niente di nuovo”.
Quel “niente di nuovo” sono ragazze che vogliono andare a scuola e non possono. Sono donne che non possono uscire liberamente di casa, lavorare in molti settori o partecipare alla vita pubblica.
Eppure, intanto, Michelle continua a lavorare alle sue borse. Mentre mi racconta della sua nuova idea di creare cover per telefoni, mi guarda, sorride e dice:
“Voglio diventare la Dior afghana”.
Un ringraziamento speciale allo staff di Nove Caring Humans Kabul, per il lavoro che svolge ogni giorno e per avermi fatta sentire a casa. E un grazie allo staff di Roma, per questi mesi di collaborazione e per aver contribuito a rendere tutto questo possibile.
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