LETTERE DA KABUL

La rubrica mensile di Alberto Cairo

Alberto Cairo è arrivato in Afghanistan nel 1990. Per oltre 30 anni, ha lavorato come fisioterapista ed è stato a capo dei Centri per la Riabilitazione della Croce Rossa Internazionale, costruendo protesi e assistendo oltre 240 mila feriti di guerra, mutilati e disabili.

Oggi Alberto è presidente di NOVE Caring Humans e continua il suo impegno per le persone con disabilità. Vive a Kabul ed è uno dei pochi stranieri che hanno ricevuto la cittadinanza afghana.

Festeggiamenti amari

2 marzo 2026
“Noi afghani amiamo tutte le feste, anche quelle degli altri.” Me lo dissero nel 1990, appena arrivato a Kabul. Si rivelò vero. Socievoli, diretti e ospitali, gli afghani sono pronti a celebrare sempre. Ma gli ultimi decenni hanno cambiato non poco abitudini e usanze. La situazione economica, politica, religiosa e di sicurezza che un paese attraversa influisce infatti su ogni aspetto della vita sociale. Anche sul modo di festeggiare o celebrare ricorrenze civili e sacre.
Prendi il Ramadan, il mese sacro dei musulmani. Corrisponde al nono mese del calendario islamico e ha una durata variabile tra i 29 e i 30 giorni in base alle fasi lunari. Quest’anno, 2026, è iniziato il 17 febbraio. Secondo la tradizione islamica, si tratta del mese nel quale il profeta Maometto ha ricevuto la rivelazione del testo sacro dell’Islam, il Corano. Digiunare durante il Ramadan è un dovere religioso, uno dei cinque pilastri dell’Islam, insieme alla professione di fede, alla preghiera, all’elemosina e al pellegrinaggio alla Mecca.
A partire dall’alba i credenti non possono né mangiare né bere né avere rapporti sessuali. La sera, al tramonto, la fine del digiuno è annunciata dalle moschee. È usanza riunirsi per consumare insieme l’iftàr, il pasto serale. Un secondo pasto avrà luogo la mattina prima del sorgere del sole. Non sono tenuti a rispettare queste regole gli anziani, i malati, le donne incinte o che allattano, i bambini piccoli e i viaggiatori.
Il Ramadan è un periodo di penitenza. Restare senza mangiare e senza bene per buona parte della giornata può essere difficile, specie quando il digiuno cade durante l’estate e per chi compie lavori manuali pesanti. Porta i benestanti a capire quello che i poveri provano costantemente, invita alla riflessione attraverso la lettura del Corano ed esorta a compiere atti di beneficienza e di assistenza verso i più bisognosi.
La fine del Ramadan arriva con la festa dell’Eid El-Fitr, tre giorni in cui uffici, scuole e, in parte, negozi sono chiusi. Il primo pranzo dopo i trenta giorni di digiuno è un evento familiare importante. Nei due giorni successivi è un susseguirsi di inviti, visite e incontri in cui legami di parentela e amicizia vengono rinnovati.
Oggi in Afghanistan per la maggioranza della popolazione immutato resta solo il digiuno.
I Ramadan di oggi sono diversi. Passano veloci, quasi non ti accorgi del capovolgimento del ritmo della vita che astenersi da cibo e acqua comporta.
È il racconto di Omar, un signore già bisnonno, con gli occhiali spessi sul naso e una barba bianca foltissima. Non tenuto, per ragioni di età, ad osservare il digiuno, ancora lo pratica con orgoglio. Ricorda con rimpianto le giornate lente e le notti piene di fermento di tanti anni prima. Calato il sole, Kabul risorgeva, con musica, luci e profumo di cibo per le strade, le porte delle case aperte, le visite continue. Rimpiange persino la stanchezza che allora sentiva crescere col passare delle settimane per le ore rubate al sonno. Adesso, lo sfinimento è costante, con o senza digiuno. Oggi chi si può permettere lauti pasti? Chi si sogna di uscire di notte?
Mangiamo in fretta e con poco entusiasmo, ben poco resta per i poveri. Una volta, prima dell’inizio del Ramadan, si facevano provviste di cibo, ora si vive alla giornata, comprando il minimo, difficile pensare agli altri.”
Per la fine del Ramadan è usanza avere un vestito e scarpe nuove. Quest’anno dice che solo i nipoti li avranno. Gli adulti hanno rinunciato.
Dicevo, gli afghani amano tutte le feste, anche quelle degli altri. Per anni hanno reso il mio Natale a Kabul memorabile. Pochi sapevano che cosa fosse esattamente. Ma era una festa importante per me, andava celebrata, vergogna lasciarmi solo. La mia scrivania si riempiva di cartoline di auguri raffiguranti renne, slitte e angeli ritrovate in oscuri negozi dopo lunghe ricerche, spesso ingiallite o sciupate, ma non per questo meno calorose. Giungevano regali di ogni genere, guanti e calze fatti a mano, profumi spesso intossicanti, frutta, dolci, libri in
lingue sconosciute. Poi, ad ogni vigilia, una scenetta si ripeteva puntuale. Fingendo un impegno, dovevo allontanarmi dall’ufficio per una buona ora. Tornando, lo trovavo buio. Entravo e le luci di un albero di oltre due metri, addobbatissimo, si accendevano all’improvviso, seguite da uno scroscio di Crismàs Muborak, buon Natale, abbracci e baci. Solidarietà, riconoscenza, amicizia. Autentiche, rendevano il Natale bellissimo. Mi commuovevo ogni volta.
Con il nuovo regime non avviene più. Non è prudente. Ho chiesto loro di evitare l’albero e non cercare cartoline. Sufficiente una stretta di mano.
Ascoltandomi, erano più tristi di me.