LETTERE DA KABUL
La rubrica mensile di Alberto Cairo
Migrazioni e rimpatri
4 febbraio 2026
Le migrazioni fanno parte della storia dell’umanità. Gli studiosi dicono che dall’Africa, millenni fa, l’uomo si sparse per il mondo, determinandone lo sviluppo. Siamo dunque tutti figli di migranti, più o meno recenti.
Le ragioni per cui si lascia la propria terra sono tante: ricerca di sicurezza, fuga da combattimenti e disastri, cambiamenti climatici, situazioni politiche, povertà.
Per decenni, moltissimi afghani hanno lasciato l’Afghanistan a causa della guerra e dei cambi di regime. Alcuni per destinazioni lontane, Europa, America, Australia, altri – i più – verso i paesi vicini, Pakistan e Iran in particolare, scegliendo spesso in base all’etnia e alla religione: in Pakistan i pashtun sunniti, in Iran gli hazara sciiti. Lì molti sono rimasti tra mille difficoltà, con lavori malpagati e come persone di seconda classe. Pochi i rientri, i più numerosi nel 2002, caduto il primo regime talebano, quando il mondo si dichiarava pronto a ricostruire l’Afghanistan, con investimenti, ambasciate riaperte, eserciti e uno stuolo di organizzazioni umanitarie. Era commovente vedere l’entusiasmo dei returnees, convinti che per l’Afghanistan fosse la rinascita.
L’illusione durò poco e l’esodo riprese fino al picco del 2021, partiti gli americani. L’aeroporto fu preso d’assalto, lunghe colonne di auto si diressero verso i confini. Oggi, partire resta il sogno di moltissimi afghani, ma è diventato quasi impossibile per le barriere internazionali innalzate ovunque, per i visti negati od ottenibili con procedure impossibili.
Si assiste invece al fenomeno opposto, al flusso verso l’Afghanistan. Dal 2023, dal Pakistan e dall’Iran sono rientrate quasi cinque milioni di persone. Con una novità: a differenza del 2002, si tratta di rientri forzati o fortemente indotti dai programmi di rimpatrio degli stranieri senza regolari visti che, ahimè, colpiscono anche persone residenti nel paese da decenni, ben integrate.
Il fenomeno della lotta agli immigrati è diventato comune a tante nazioni nel mondo, ricche e povere. È certamente vero che le grandi migrazioni possono creare difficoltà allo stato ospite e che una regolamentazione responsabile porterebbe vantaggi a tutti, ma provare avversione verso chiunque non sia del posto e vedere ogni straniero come causa dei problemi interni è sbagliato.
Il ritorno dei cinque milioni di rifugiati ha fatto crescere la popolazione afghana del 12%. Se anche i due milioni e mezzo che restano in Iran e i quasi due in Pakistan venissero cacciati, si verificherebbe un’ulteriore crescita del 9%.
Hassan Ali è rientrato dall’Iran.
Da giorni si diceva che ci avrebbero mandati via, ma non avendo un posto dove andare, abbiamo aspettato con i fagotti pronti.
quindi camminato per giorni alla ricerca di una stanza dove vivere, un posto che fosse accessibile a una persona in carrozzina, e per trovare lavoro. Succede spesso che il peso della famiglia ricada completamente sulle donne. L’UNHCR dice che il 30% delle famiglie rimpatriate hanno a capo una donna e che più della metà dei membri sono femmine o bambini. Hassan Ali lo ammette: “Io non posso fare niente, devono pensare a tutto loro.” Si commuove.