Arianna Briganti, co-fondatrice di NOVE Caring Humans: 'La cura del prossimo è una pratica da esercitare ogni giorno'
Durante gli anni dell’università, ha iniziato come volontaria in Amnesty International. Dopo le prime campagne, ha capito che avrebbe dovuto trovare un modo per trasformare la sua passione per la giustizia sociale e la tutela dei diritti umani in una professione. Dedicarvi solo un po’ di tempo libero non era abbastanza per lei. Da lì è iniziato un viaggio, fisico ed interiore, professionale e personale, fatto di scoperta, cambiamento e spostamento continuo dello sguardo.
Negli anni successivi ha costruito un percorso che attraversa contesti di conflitto, migrazione e disuguaglianza strutturale, con un’attenzione costante ai diritti delle donne, alla pace e a ciò che rende una società davvero “umana”: sicurezza, reddito, protezione, cura, partecipazione. La sua traiettoria non è mai stata solo “tecnica”: è stata, fin dall’inizio, una scelta di campo, una direzione su come investire tempo, responsabilità ed energia.
Ha iniziato a lavorare in Afghanistan nel 2005. Da allora, più che “intervenire”, ha imparato a restare: ad ascoltare a lungo, a sedersi nelle case tra donne e bambini, nei cortili, negli uffici improvvisati, prima ancora di immaginare un progetto. ‘È lì che ha capito che le donne afghane – e le donne in generale – non sono mai state semplicemente vittime, ma attrici politiche quotidiane, capaci di negoziare spazi di dignità anche nei contesti più repressivi’.
Questa consapevolezza ha segnato in modo irreversibile il suo approccio al lavoro e al femminismo. NOVE Caring Humans nasce proprio da questa pratica di lungo periodo: non solo come un’organizzazione “che porta soluzioni”, ma come uno spazio collettivo che cerca di trasformare principi astratti in azioni concrete. Partecipazione reale, reddito, protezione, cura, continuità nel tempo. Non carità, ma condizioni perché le persone possano riprendersi la propria dignità.
Arianna ha inoltre costruito un percorso accademico e di ricerca incentrato sui temi della governance (anche quella digitale), dei diritti umani e delle epistemologie femministe, mettendo spesso in discussione il linguaggio e le categorie occidentali di “empowerment” e “sviluppo”. Un percorso che l’ha portata a lavorare con istituzioni internazionali, università, organizzazioni multilaterali e reti femministe, mantenendo sempre un forte legame con le pratiche quotidiane delle donne nei contesti in cui opera. Il suo percorso professionale attraversa l’Asia centrale, il Nord e l’Est Africa, l’Europa e il Caucaso, ma difficilmente può essere separato dalla sua storia personale. Per Arianna, infatti, vita e lavoro non sono mai stati due mondi distinti, c’è una dimensione, meno visibile e forse più politica di tutte, che attraversa la sua vita: la sua famiglia.
Arianna vive in una famiglia multietnica, multiculturale e multireligiosa che spesso è stata penalizzata da confini geografici e restrizioni burocratiche. Una famiglia in cui le differenze non sono un ostacolo da gestire, ma il motivo per cui si sta bene insieme.
Le discussioni, i conflitti, le difficoltà – inevitabili in ogni nucleo umano – vengono affrontati partendo da un presupposto semplice e radicale: siamo tutti uguali nella dignità, ed è proprio la diversità a renderci più forti. In questa famiglia non c’è paura del diverso. C’è curiosità, ascolto, negoziazione continua. C’è la convinzione che abbracciare le differenze non significhi cancellarle, ma riconoscerle come risorsa.