LETTERE DA KABUL

La rubrica mensile di Alberto Cairo

Un mese dopo il terremoto

1° ottobre 2025

Alberto Cairo è arrivato in Afghanistan nel 1990. Per oltre 30 anni, ha lavorato come fisioterapista ed è stato a capo dei Centri per la Riabilitazione della Croce Rossa Internazionale, costruendo protesi e assistendo oltre 240 mila feriti di guerra, mutilati e disabili.

Oggi Alberto è presidente di NOVE Caring Humans e continua il suo impegno per le persone con disabilità. Vive a Kabul ed è uno dei pochi stranieri che hanno ricevuto la cittadinanza afghana.

Nella notte tra il 31 agosto e il 1° settembre, un forte terremoto ha colpito la provincia di Kunar, seguito per svariati giorni da violente scosse di assestamento, che ancora continuano. Le vittime sono almeno 2.400, la distruzione e i danni ingenti.

In Afghanistan i terremoti sono frequenti. Descritto come crocevia tra Occidente e Oriente, il Paese si trova, ahimé, all’intersezione delle placche tettoniche indiana, euroasiatica e iraniana, che si muovono in differenti direzioni. Scosse più o meno forti sono avvertite con regolarità, e ogni anno si registra almeno un terremoto di notevole portata. I più violenti avvengono soprattutto nel nord e nel nord-est, ma il disastroso terremoto del 2023 nella zona di Herat, a sud-ovest, prova che nessuna provincia è immune.
L’Afghanistan è un paese con chilometri e chilometri di catene montagnose e lunghe valli, con corsi d’acqua ricchi durante il disgelo, secchi per il resto dell’anno. Sorvolandolo, sorprende trovare un gran numero di microscopici assembramenti di case in posti remotissimi, con poca terra coltivabile e collegati tra loro solo da scoscesi sentieri. Da chiedersi di cosa e come gli abitanti vivano, come affrontino malattie e inverno, cosa sappiano del mondo.
Un amico afghano originario di uno dei villaggi del Kunar colpiti dal terremoto li descrive “poveri e arretratissimi”. Dice arretratissimi con esitazione, come per paura di offendere. Lui vive a Jalalabad, la città più grande della provincia di Nangarhar, al confine con il Kunar. Suo padre vi si trasferì anni fa ed ebbe buona parte dei parenti contro, come un tradimento. “La gente vive del poco che la terra e gli animali offrono. Un’economia di pura sopravvivenza, ma l’attaccamento è fortissimo”, dice.

La clinica più vicina è lontana, l’ospedale si trova ad Assadabad, il capoluogo, e offre cure limitate. Occorre recarsi a Jalalabad, a Kabul o in Pakistan. Ammalarsi seriamente d’inverno, quando le strade e i sentieri sono chiusi per la neve, significa rischiare la vita. Numerose partorienti muoiono. “Mio padre era analfabeta, ma voleva che studiassimo e la scuola distava ore di cammino. Era stato a Jalalabad per un breve periodo e aveva deciso che lì avrebbe fatto crescere i figli. Gli zii non gli parlarono per un po’ quando lasciò il villaggio. Ma avere qualcuno dove alloggiare quando scendevano in città tornava comodo, così i rapporti si ricucirono”, ride.  Ricorda la continua successione di ospiti in casa, sempre accolti generosamente; l’ospitalità è un dovere mai in discussione, costi quel che costi. Quasi quarant’anni dopo, morto il padre, il dovere è adesso suo. Infatti stanno da lui due famiglie che per il terremoto hanno perso tutto, sedici persone. “Non fanno che parlare di tornare al villaggio,” continua, “pur sapendo che è impossibile. È il loro mondo, fatto di abitudini, tradizioni, relazioni sociali, terra, alberi e animali. Un mondo piccolo. Ma il terremoto ha ucciso intere famiglie, stravolto la geografia del posto. Se anche potessero tornare, troverebbero una situazione completamente diversa. Con il tempo inevitabilmente capiranno. E sarà nuovo dolore.”

Il terreno montagnoso e la mancanza di strade hanno fatto sì che i soccorsi in Kunar arrivassero con  ritardo. Feriti che con un tempestivo intervento avrebbero potuto essere salvati sono morti. Fra loro numerose donne, intrappolate nel crollo delle case (gli uomini invece, essendo estate, dormivano all’aperto). Si tratta di abitazioni costruite con legna, pietre e fango – il materiale disponibile sul posto – addossate le une alle altre. Il crollo di una ha un disastroso effetto domino.
NOVE Caring Humans conosce bene la zona perché da mesi ha in corso, in quell’area, un programma di aiuto per migliaia di persone tra le più povere – in maggioranza donne capofamiglia, ma anche persone con disabilità – a cui dona mucche o capre e offre formazione in attività agroalimentari.

I senza tetto sono stati accolti in campi con tende allestiti attorno a Jalalabad.
In passato ho visitato e lavorato in simili campi. Offrono l’essenziale, un posto protetto, cibo, acqua, gabinetti, ma presto diventano una specie di prigione dove la gente si incattivisce e smania di andarsene. Ma andare dove?  E quale ‘dopo’ le attende?

Ricostruire, ricominciare è difficile ovunque. Per gente vissuta nelle piccole comunità del Kunar lo sarà ancora di più.
Il mio amico dice: vengono da un micro-mondo regolato da tradizioni e abitudini. Perso quello, hanno perso i punti di riferimento, oltre alla terra e agli animali. Lo stato non aiuta, non ha strumenti per farlo.

Ripenso al terremoto che nel 1998 colpì per ben due volte nel giro di quattro mesi la provincia di Takhar. Morirono oltre settemila persone. Un migliaio almeno i feriti, parecchi con profonde ustioni, essendo inverno e i fuochi nelle case accesi.  Anche lì i soccorsi subirono ritardi a causa dell’isolamento delle zone colpite.
Ricordo le riunioni tra le varie organizzazioni in cui vennero discusse le modalità di intervento, i mezzi da impiegare. Si partì con grandi ambizioni, aerei, elicotteri, camion, tutte scartate per la mancanza di strade e l’impervietà del terreno. Fu infine una colonna di oltre duecento asini a portare gli aiuti. Ma soprattutto ricordo l’incontro nel 2006, ben otto anni dopo, con un gruppo di persone vittime di quel terremoto (un paio con disabilità grave). Contadini senza più terra, e non giovanissimi, ancora vivevano in strutture di emergenza. Ogni tentativo di ricominciare era naufragato. Per sopravvivere facevano i braccianti, quando e se trovavano lavoro.
Incontrai anche delle persone disabili. Per loro la situazione era particolarmente critica. Insormontabili problemi di inaccessibilità rendevano loro la vita molto difficile.

Una catastrofe naturale lascia segni profondi nelle persone. Traumi fisici e psicologici, sradicamento, separazioni. Purtroppo si tende a pensare all’aiuto immediato e a dimenticare il dopo. Tendopoli e baracche diventano spesso sistemazioni permanenti, i pacchi-dono di cibo la sostituzione di un impiego dignitoso. Perpetuando il dolore.

Sostieni le comunità colpite dal terremoto

Il terremoto ha ucciso 2.400 persone e lasciato migliaia di persone senza più niente.
Con la tua donazione, puoi aiutare le piccole comunità del Kunar e del Nangarhar a ricominciare.
Grazie!